MUSICA
Diciotto
scialuppe di salvataggio per Moby
Fonte:
www.kataweb.it
L'aria
dimessa, una maglietta dei Cramps e jeans scoloriti.
E' un po' provato Moby dal giro promozionale che
gli impone ritmi serratissimi: "Incredibile,
ho parlato per più di mezz'ora. Questa è
l'intervista più lunga che ho fatto; vorrà
dire che con gli altri parlerò solo 10 minuti".
Normale amministrazione per una rockstar alla vigilia
del lancio del nuovo album, 18. Ma si attende lo
stesso successo di Play, con 10milioni di copie
vendute? "Assolutamente no. Non penso mai che
un mio album possa raggiungere il successo. Figuriamoci
quello di Play".
E allora parliamo di 18 . Evocativo più che
ballabile. Un pugno di canzoni che rimandano ai
beat trascinanti del suo onorato passato, una coda
che sembra voler avvolgere l'ascoltatore in un mood
introspettivo e "consolatorio", secondo
quanto Moby stesso afferma. Come i gospel campionati,
verrebbe da dire, e leggendo i testi il pensiero
va all'11 settembre.
"Ho cominciato a lavorarci un anno fa. E' incredibile
la coincidenza di certi testi, scritti prima di
settembre, con i crudi fatti degli attentati aerei"
"Mi sono sentito costretto a cambiarne alcuni,
come il ritornello di Sleep Alone "At least
we died together, holding hands, flying to the sky".
Sono rimasto scioccato dalla coincidenza. E
no, non credo di avere doti paranormali"
Un lavoro lungo. Diciotto tracce per più
di 70 minuti. "Non tutti hanno la fortuna dei
giornalisti di ricevere promo" sorride sardonico.
"Penso a tutti coloro che vogliono avere il
più possibile da un disco, visto che lo pagano.
E poi avevo composto più di 115 pezzi. Di
certo non potevo usarli tutti, ma volevo che 18
fosse una scialuppa di salvataggio. Anche David
Bowie mi aveva consigliato di accorciarlo. Ma no,
18 va benissimo così. E' il primo lavoro
che amo così tanto. Mi fa quasi paura."
Le influenze sono varie. Le coloriture sono moderne,
house psichedelica, downbeat, quel funk '70s di
cui l'hip hop si era già appropriato. Ma
anche qui si ritorna nella sostanza al traditional
americano, col gospel, al revival "black"
di seconda generazione - At Least We Tried è
una sorta di Marvin Gaye anni Ottanta estremamente
rallentato, The Day Before My Birthday omaggia direttamente
la cantante soul Sylvia Robinson - ma si vira anche
verso la new wave, basti pensare al singolo We're
All Made Of Stars e al riff di chitarra che lo sostiene.
Ancora una volta "back to the roots",
come succedeva con Play , salutato da qualcuno come
"la rinascita del blues del Delta". Esagerata
o meno, la definizione sembra non intimorire affatto
Moby, che non esita a tirar fuori mostri sacri del
rock per descrivere l'essenza del suo lavoro.
"18 è un disco omogeneo" afferma
fieramente "come quando negli anni Sessanta
e Settanta compravi un disco dei Rolling Stones
o dei Led Zeppelin, e ci trovavi proprio gli Stones
o gli Zep, non un gruppo di marketing manager che
ti insegnano a cantare, a vestirti, a muoverti,
e assoldano dei compositori per preconfezionarti
un hit. Quelli erano dischi soddisfacenti, omogenei.
Questo è il motivo per cui Play è
stato un successo: era un disco omogeneo in una
marea di prodotti preconfezionati". Ma ci sarà
pure qualcuno che si salva
"Certo, ci
sono ottimi musicisti che hanno successo, ma continuano
a produrre dischi omogenei e veri, vedi i Dave Matthews
Band, che in America sono degli idoli, oppure i
Radiohead, che sfornano dischi in continuazione
senza pensare all'hit, o i Massive Attack. Fanno
le stesse cose che farebbero senza tutti i soldi
che hanno guadagnato".
Tornando a 18 e ai suoi brani, che sembrano viaggiare
diretti verso la cara vecchia forma canzone, non
comincia a stargli stretto l'uso di sample e cut-up?
Dal vivo si esibisce con una band: perché
non cominciare a usarla in studio? "Ormai non
uso quasi più sample. Le uniche parti campionate
in questo disco sono le voci (Angie Stone, Sinéad
O'Connor, MC Lite o il duo "cntautoriale"Azure
Ray, N.d.I.). Gli altri strumenti sono tutti suonati.
Da me, ci tengo a precisarlo". E che il lavoro
in studio preferisca gestirselo da solo, appare
chiaro quando gli viene chiesto se ha intenzione
di lavorare ancora su colonne sonore. "Ne ho
composte centinaia e comincio a non divertirmi più:
è stressante avere un regista e un supervisore
musicale alle calcagna. La musica che faccio deve
innanzitutto soddisfare me, e questa condizione
evidentemente non basta quando si lavora con qualcun
altro".
L'immagine del solitario, ai limiti della misantropia,
sembra confermarsi a queste parole, mentre è
estremamente pacato e gentile questo Moby, ben diverso
dalla letteratura che lo voleva scontrosamente assertivo.
"Per tanto tempo sono stato un militante. Crescendo
sono diventato più tollerante. Sono ancora
vegano e cristiano, ma in passato avevo una visione
del mondo semplicistica: io avevo ragione e gli
altri torto. Fortunatamente la vita mi ha dimostrato
troppe volte che sbagliavo. Non c'è nulla
di più salutare di risultare evidentemente
in torto. Ora sono più rilassato".