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ANNO 1 - n.6 - giugno 2002 - Benvenuto, oggi è il
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MUSICA

Diciotto scialuppe di salvataggio per Moby

Fonte: www.kataweb.it

 

MobyL'aria dimessa, una maglietta dei Cramps e jeans scoloriti. E' un po' provato Moby dal giro promozionale che gli impone ritmi serratissimi: "Incredibile, ho parlato per più di mezz'ora. Questa è l'intervista più lunga che ho fatto; vorrà dire che con gli altri parlerò solo 10 minuti". Normale amministrazione per una rockstar alla vigilia del lancio del nuovo album, 18. Ma si attende lo stesso successo di Play, con 10milioni di copie vendute? "Assolutamente no. Non penso mai che un mio album possa raggiungere il successo. Figuriamoci quello di Play".
E allora parliamo di 18 . Evocativo più che ballabile. Un pugno di canzoni che rimandano ai beat trascinanti del suo onorato passato, una coda che sembra voler avvolgere l'ascoltatore in un mood introspettivo e "consolatorio", secondo quanto Moby stesso afferma. Come i gospel campionati, verrebbe da dire, e leggendo i testi il pensiero va all'11 settembre.
"Ho cominciato a lavorarci un anno fa. E' incredibile la coincidenza di certi testi, scritti prima di settembre, con i crudi fatti degli attentati aerei" "Mi sono sentito costretto a cambiarne alcuni, come il ritornello di Sleep Alone "At least we died together, holding hands, flying to the sky". Sono rimasto scioccato dalla coincidenza. E… no, non credo di avere doti paranormali"
Un lavoro lungo. Diciotto tracce per più di 70 minuti. "Non tutti hanno la fortuna dei giornalisti di ricevere promo" sorride sardonico. "Penso a tutti coloro che vogliono avere il più possibile da un disco, visto che lo pagano. E poi avevo composto più di 115 pezzi. Di certo non potevo usarli tutti, ma volevo che 18 fosse una scialuppa di salvataggio. Anche David Bowie mi aveva consigliato di accorciarlo. Ma no, 18 va benissimo così. E' il primo lavoro che amo così tanto. Mi fa quasi paura."
Le influenze sono varie. Le coloriture sono moderne, house psichedelica, downbeat, quel funk '70s di cui l'hip hop si era già appropriato. Ma anche qui si ritorna nella sostanza al traditional americano, col gospel, al revival "black" di seconda generazione - At Least We Tried è una sorta di Marvin Gaye anni Ottanta estremamente rallentato, The Day Before My Birthday omaggia direttamente la cantante soul Sylvia Robinson - ma si vira anche verso la new wave, basti pensare al singolo We're All Made Of Stars e al riff di chitarra che lo sostiene. Ancora una volta "back to the roots", come succedeva con Play , salutato da qualcuno come "la rinascita del blues del Delta". Esagerata o meno, la definizione sembra non intimorire affatto Moby, che non esita a tirar fuori mostri sacri del rock per descrivere l'essenza del suo lavoro.
"18 è un disco omogeneo" afferma fieramente "come quando negli anni Sessanta e Settanta compravi un disco dei Rolling Stones o dei Led Zeppelin, e ci trovavi proprio gli Stones o gli Zep, non un gruppo di marketing manager che ti insegnano a cantare, a vestirti, a muoverti, e assoldano dei compositori per preconfezionarti un hit. Quelli erano dischi soddisfacenti, omogenei. Questo è il motivo per cui Play è stato un successo: era un disco omogeneo in una marea di prodotti preconfezionati". Ma ci sarà pure qualcuno che si salva… "Certo, ci sono ottimi musicisti che hanno successo, ma continuano a produrre dischi omogenei e veri, vedi i Dave Matthews Band, che in America sono degli idoli, oppure i Radiohead, che sfornano dischi in continuazione senza pensare all'hit, o i Massive Attack. Fanno le stesse cose che farebbero senza tutti i soldi che hanno guadagnato".
Tornando a 18 e ai suoi brani, che sembrano viaggiare diretti verso la cara vecchia forma canzone, non comincia a stargli stretto l'uso di sample e cut-up? Dal vivo si esibisce con una band: perché non cominciare a usarla in studio? "Ormai non uso quasi più sample. Le uniche parti campionate in questo disco sono le voci (Angie Stone, Sinéad O'Connor, MC Lite o il duo "cntautoriale"Azure Ray, N.d.I.). Gli altri strumenti sono tutti suonati. Da me, ci tengo a precisarlo". E che il lavoro in studio preferisca gestirselo da solo, appare chiaro quando gli viene chiesto se ha intenzione di lavorare ancora su colonne sonore. "Ne ho composte centinaia e comincio a non divertirmi più: è stressante avere un regista e un supervisore musicale alle calcagna. La musica che faccio deve innanzitutto soddisfare me, e questa condizione evidentemente non basta quando si lavora con qualcun altro".
L'immagine del solitario, ai limiti della misantropia, sembra confermarsi a queste parole, mentre è estremamente pacato e gentile questo Moby, ben diverso dalla letteratura che lo voleva scontrosamente assertivo. "Per tanto tempo sono stato un militante. Crescendo sono diventato più tollerante. Sono ancora vegano e cristiano, ma in passato avevo una visione del mondo semplicistica: io avevo ragione e gli altri torto. Fortunatamente la vita mi ha dimostrato troppe volte che sbagliavo. Non c'è nulla di più salutare di risultare evidentemente in torto. Ora sono più rilassato".

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