CUCINA
La
cucina marchigiana
Fonte:
www.emmeti.it
Terra
di congiunzione tra Nord e Sud, la cucina delle
Marche partecipa strettamente dei caratteri della
cucina e delle tradizioni dei paesi confinanti.
Il Pescarese ha chiara tinta romagnola, l'influenza
toscana e umbra è evidente lungo la dorsale
appenninica, la provincia di Ascoli Piceno è
un'anticamera dell'Abruzzo e del Lazio. Mentre la
tradizione culinaria marchigiana rimane tagliata
fuori dagli splendori rinascimentali sia legati
al potere della Chiesa sia delle corti perché
questa terra fu - dal punto di vista storico - terra
di conquista lasciata nelle mani dei piccoli signorotti
locali i cui usi e costumi valicarono i confini
dei propri possedimenti. Non è un caso, infatti,
che nei grandi trattati storici di arte culinaria,
la cucina delle Marche (come quella dell'Abruzzo
e del Molise) non compaia.
Dal punto di vista gastronomico le Marche dunque
non hanno grossa fama di originalità. Ma
se è vero che la cucina presenta alcune caratteristiche
identiche a quelle delle regioni vicine, è
anche vero che vi aggiunge non poche specialità
peculiari. Ciò che va sottolineato subito
è l'alto livello qualitativo che si riscontra
nei ristoranti e nelle trattorie: una cucina rustica
più che raffinata, ma sempre corretta, scrupolosa,
fatta di amore e sapienza antica arricchita dall'impegno
e dalla cura delle parsimoniose donne di questa
terra.
Lungo la costa, morbida per tutta la sua lunghezza
tranne che per l'impennata rocciosa del Conero,
la pesca è sempre stata attività primaria
(San Benedetto del Tronto è tuttora il mercato
ittico più importante dell'Adriatico); prevalgono
perciò le ricette di pesce (spiedini e brodetti),
che dalla freschezza della materia prima, oltre
che dall'abile preparazione, traggono prelibatezza.
Il resto della regione, percorso da una fascia di
dolci colline e poi da una striscia montagnosa,
è terra di antichissima civiltà rurale.
Questo carattere si avverte nettamente in ogni aspetto
della vita e del paesaggio, nonostante il notevole
sviluppo industriale e turistico che le Marche hanno
raggiunto nel corso dei secoli. La gente vive con
grande decoro, a giusto ritmo, in un ambiente sereno,
senza asprezze. I contadini risiedono sempre (ed
è una situazione unica in Italia) sul fondo
che coltivano, le città e le cittadine (composte
e raccolte, ma gioviali e luminose) sono autenticamente
"città", ma partecipano profondamente
della campagna che le attornia; ovunque perciò
la tavola è sana, saporita, genuina. I cibi
tradizionali sono la porchetta, i polli ruspanti,
la selvaggina, le verdure, le olive, i salumi (tipico
il gustoso prosciutto, sempre più rustico
via via che si va verso l'interno, e che non si
taglia a fette, ma a tocchetti). Il condimento più
usato è l'olio, ma per alcuni cibi vengono
adoperati anche il burro e soprattutto lo strutto,
che in quasi tutte le altre zone d'Italia è
stato abbandonato; qui è spesso usato, con
intelligente parsimonia, per non appesantire troppo
lo stomaco. In più, la provincia di Pesaro
è la maggiore produttrice di tartufi d'Italia,
in particolare del tartufo bianco pregiato, in diretta
concorrenza con Alba: la "capitale" marchigiana
del tartufo è Acqualagna, tra Pesaro e Urbino,
dove si tiene un famoso mercato. I profumatissimi
tuberi (bianchi, neri, grigi, viola, color nocciola
e color terra) entrano quindi nella gastronomia
locale con una certa frequenza, dando vigore e carattere
a molti piatti. La preparazione sovrana della cucina
"di terra" nelle Marche - come abbiamo
accennato - è la porchetta. Immancabile in
qualunque sagra o festa paesana, la si trova spesso
anche sui bordi delle strade più frequentate:
viene offerta in semplici bancarelle tagliata a
grosse fette e accompagnata da pane casereccio,
come occasione di sostanziosi spuntini. Veramente,
l'usanza della porchetta è comune alle provincie
della Toscana meridionale, all'Umbria e ad alcune
zone del Lazio, ma sembra ormai accertato che l'invenzione
e il primato della qualità si debbono proprio
alle Marche. La porchetta viene debitamente disossata
e poi imbottita di aromi tra i quali l'aglio e il
finocchio selvatico, quindi irrorata di vino. La
cottura tradizionale è allo spiedo, all'aperto,
con l'odore aggressivo che si spande per i paesi,
i bambini che corrono intorno, il lento dorarsi
della carne che diventa color terracotta, croccante
all'esterno e dentro morbida. Ma il risultato è
ottimo anche con la cottura al forno, e là
dove il fuoco è a legna, alimentato con rami
di pino, lecci, quercia, la carne diventa ancor
più profumata e ha un sapore ineguagliabile.
Con la stessa tecnica preparatoria si cucinano anche
il coniglio, le lumache, i "garagoli"
(prelibati gasteropodi, molluschi provvisti di una
conchiglia dorsale a spirale, simili alle lumache)
che vengono appunto definiti "in porchetta":
alla base c'è l'aromatizzazione con un trito
abbondante di aglio, pancetta, finocchiella selvatica
e la presenza del vino bianco che ammorbidisce,
rinvigorendo il sapore.
Dal profumo della porchetta passiamo a quello, non
meno stuzzicante, del "brodetto", che
viene da tutte le località della costa. È
la zuppa di pesce dell'Adriatico; una mescolanza
di pesci, interi e a pezzi, in un intingolo pieno
di aromi. Ogni città e cittadina presenta
il "suo" brodetto in una specie di gara
senza vinti né vincitori, ma molto appassionata.
Due sono le tecniche fondamentali: quella in uso
ad Ancona e su tutto il tratto costiero da Pesaro
fino al Conero e quella invece che si trova da Porto
Recanati fino al confine con l'Abruzzo. La prima
si basa su un intingolo di aglio, olio, cipolla,
pomodoro, prezzemolo, pepe, aceto, nel quale si
mettono a cuocere da nove a tredici qualità
di pesce. Anzi, ad Ancona il numero di rigore è
proprio il tredici; chi è superstizioso,
può arrivare a diciotto: roscoli, sgombri,
passeri, rombi, scampi, cefali, cicale, scopene,
spigolette, merluzzetti, pannocchie, calamari, seppie,
sogliole, palombo, pesce cappone, anguille... La
seconda ricetta-base richiede che il pesce venga
rosolato dopo essere stato infarinato e fatto poi
cuocere in un intingolo il cui ingrediente dominante
(non solo per il colore acceso) è lo zafferano
selvatico. Su questi due temi, le infinite variazioni
sono comunque armoniose soprattutto perché
il pesce, di scoglio e di fondo, è di esemplare
freschezza. Naturalmente, il pesce è presente
nei menù in molte varietà di preparazione.
Se la preparazione del brodetto divide i marchigiani
della costa, quella di altri piatti regionali non
vede diatribe né tenzoni. I "vincisgrassi"
sono il primo piatto più caratteristico,
il piatto bandiera della cucina marchigiana, in
particolare di quella maceratese. Si presentano
come grosse lasagne rettangolari, fatte in casa,
con farina bianca, semolino, burro, uova, sale e
vin santo marchigiano, che si condiscono con funghi,
fegatini e possibilmente tartufo; oppure con rigaglie
di pollo, cervella, animelle e prosciutto; poi si
coprono di besciamella e si passano in forno. Un
tempo la besciamella era sostituita da un insieme
di brodo e pane grattugiato. Una storia, come sempre
un po' leggendaria, sta alla base di questo piatto,
che sarebbe nato nel 1799, al seguito del principe
Windisch-Graetz, capitano dell'esercito austriaco
contro Napoleone. Ad Ancona egli avrebbe mangiato
con soddisfazione le lasagne così preparate,
forse da un cuoco locale, forse da un cuoco del
seguito. Fatto sta che, da allora, storpiando il
suo difficile nome, il popolo lo avrebbe associato
a uno dei piatti più amati. Il che sembra
almeno un po' dubbio. In realtà, le lasagne
dovevano essere una preparazione assai più
antica: forse dal nobile straniero hanno preso solo
il nome. È doveroso ricordare infatti che
nel ricettario maceratese di Antonio Nebbia, scritto
molti anni prima della visita del principe, si fa
riferimento a una salsa per prinzgras (termine di
cui non si sa la provenienza) che corrisponde appunto
a un intingolo per i vincisgrassi.
Come in tutto il centro-sud, la pasta è una
presenza immancabile sulla tavola, occasione di
infinite invenzioni.
I "cappelletti alla pescarese" assomigliano
a quelli romagnoli, ma hanno un ripieno a base di
arrosto di maiale, lesso di cappone o tacchino,
midollo di garretto di bue con uova, pepe, noce
moscata, parmigiano. Si mangiano nel brodo di cappone
e sono tradizionali a Natale. Si preparano invece
tutti i giorni della settimana i "macaron fatt
in chesa" che sono le classiche tagliatelle
a base di farina, semola, uova e fatica. Le donne
le preparano con l'abilità e l'ardore che
si riscontrano in terra emiliana e romagnola. Davanti
alla spianatoia, muovono rapide le spalle e le braccia
nei gesti rituali dell'impasto, poi stendono la
sfoglia sottile e perfettamente omogenea, infine
con polso fermissimo la tagliano a strisce. Ed ecco
pronte da cuocere, sode, elastiche, croccanti, le
tagliatelle o le pappardelle che un ragù
di carne, funghi e pecorino o l'incontro con cacciagione
e/o fegatini renderà ricche e stupende.
Nel Pescarese troviamo una ennesima versione, questa
volta "di magro" dei ravioli: insoliti
non tanto nel ripieno (ricotta, uova, prezzemolo,
noce moscata) quanto nel condimento perché
è fatto con sogliole, vino bianco e pomodoro.
Delicato, odoroso e sorprendente anche perché,
nonostante il pesce, la ricetta richiede la classica,
abbondante "informaggiata" di parmigiano.
Sapide e corpose le zuppe rustiche marchigiane,
come quella - vero e proprio piatto che fa pranzo
- che accosta a verdure, polpettine di carne, fegatini,
salsicce e fette di pane.
Le verdure, ricche di gusto e di colore, sono spesso
protagoniste della tavola. Posto dominante hanno
le olive: grosse e carnose, dense e lucenti come
perle nere o verdi, vengono imbottite di carne,
fegatini, mollica di pane, aromatizzate con noce
moscata e cannella, quindi fritte. Specialità
di Ascoli Piceno, si ritrovano in tutta la provincia
e sono una delizia, perché il sensuale sapore
del ripieno si sposa a meraviglia con l'acidulo
sentore delle olive e la croccante allegria della
costa.
Un'antica ricetta ci fornisce una preparazione classica
"la liva (oliva) fritta all'ascolana".
Lavare bene per togliere il sale e l'amaro a un
chilo di olive in salamoia snocciolarle tagliando
le olive in tondo, ad elica, in modo che formino
un'unica striscia e che quindi siano poi ricostituibili.
In una casseruola si mettono duecento grammi di
carne di manzo magro, duecento grammi di petto di
pollo, duecento grammi di carne di maiale magro,
il tutto tagliato a tocchetti, olio d'oliva, cipolla,
sedano, carota, sale e un pizzico di pepe nero.
Quando il tutto è ben rosolato si trita molto
finemente e in una terrina si mescola con centocinquanta
grammi di parmigiano, mezza noce moscata grattugiata,
due uova. Si lavora bene fino a ottenere un impasto
omogeneo con i quale si formano delle palline della
grandezza di una piccola noce, che verranno avvolte
con la buccia delle olive snocciolate, in modo da
ricostituire le olive. Si infarinano queste olive,
si bagnano in due uova sbattute, si sgocciolano
e si passano nel pangrattato. Si friggono in olio
bollente e si servono calde. È una vera specialità.
Un altro tema su cui vale la pena di soffermarsi
è lo stoccafisso. Nelle Marche lo si prepara
almeno in tre modi: in umido, in tegame con strati
di patate, e in "potacchio", con aglio,
rosmarino, prezzemolo, acciughe, peperoncino, pomodoro.
In questa tipica versione è essenziale il
dosaggio scrupoloso degli aromi che trasformano
il pesce dei poveri in una leccornia.
Non vasto ma fragrante il capitolo dei dolci: ciambelline
e pagnottelle, ravioli di pasta frolla ("piconi"),
dolcini di Carnevale ("scroccafusi"),
un antico e un po' dimenticato dolce natalizio ("frustignolo").
Ma forse il modo migliore per finire un pasto è
quello di gustare il pecorino fresco; nelle Marche
infatti lo si serve spesso in chiusura di pranzo:
dolce, compatto, profumato, sa di erba e d'aria
buona. È il formaggio più legato alle
tradizioni al quale è dedicato anche un antico
gioco. In alcuni paesi della regione infatti il
pecorino è protagonista dell'antico gioco
della ruzzola, che vede confrontarsi squadre di
diverse borgate. Il gioco consiste nel far rotolare
sulla strada una forma ben stagionata: ogni squadra
fa tre lanci e vince chi arriva più lontano.
Cucina schietta e saporosa, è da scoprire
e da gustare innanzitutto sul posto, anche perché,
di fronte a certi aerei panorami di rocche e colline,
immersi nell'atmosfera tra mistica e guerriera di
tante zone o di fronte all'Adriatico dai riflessi
cangianti, tutto assume una sua ineguagliabile coerenza.
Ma da riprodurre poi, cercando di trarne non solo
le indicazioni del "come si fa", ma ancor
più l'equilibrio dei sapori, l'intelligente
e prudente uso dei condimenti, l'amore per tutto
ciò che è genuino, giusto, misurato.