MUSICA
PETER
GABRIEL e il suo ultimo album UP
Fonte:
www.ondarock.it
Dieci
anni sono passati dal precedente Us,
durante i quali sono circolate poche notizie contraddittorie
sul nuovo disco di canzoni in preparazione, poi
Ovo (deludente) e la colonna sonora
Long Way Home (non pervenuta). Peter
Gabriel non ha bisogno di visibilità, l'assenza
ha fortificato anzi la sua immagine a metà
tra pop e avanguardia, è un totem stimato
trasversalmente non solo da vecchi nostalgici, ma
anche da suffragetti della world music e da nevrotici
dei suoni e ultrasuoni (come dire la musica come
sociologismo e come psicologismo). Adesso Up
è qui tra noi, si può rigirare tra
le mani guardando un vecchio filmato dei Genesis:
fuori gli altri, Gabriel è roba nostra.
Il
pezzo iniziale, "Darkness" parte con una
marcia che non sarebbe stata male in un disco dei
King Crimson, poi il pezzo improvvisamente rallenta
e interviene il cantato con accompagnamento pianistico;
tutto il brano è giocato sull'alternanza
vuoto/pieno, con improvvise sfuriate che interrompono
una bella e non banale linea melodica. Poi la voce:
Gabriel possiede una delle voci più emozionanti
del rock assieme a Robert Wyatt e David Sylvian;
anzi, non si commette un'eresia ad affermare che
il timbro è molto più bello e interessante
adesso di 30 anni fa.
Proseguiamo
fiduciosi con "Growing up", che parte
con il mellotron (!) ma poi ben presto si trasforma
in un pezzo ritmico tipico di Gabriel (alla "Steam"
tanto per intenderci), il brano non è scontato
come potrebbe apparire ad un primo ascolto e, caratteristica
di un po tutti i brani di "Up",
il centro melodico ha un che di sfuggevole e poco
memorizzabile. Si comincia però ad avvertire
il sospetto di un disco incentrato molto sulla cura
dell'arrangiamento, un disco più di suoni
che di canzoni. Il sospetto diventa certezza al
terzo brano "Sky Blue", accattivante certo,
però anche un po povero di idee e scontato.
Le due tracce successive ci risollevano, "No
Way Out" e "I Grieve"sono due splendide
finte ballate alla Gabriel, dense, tese, crepuscolari,
adulte, profonde; "I Grieve" poi è
forse l'highlight del disco.
Arriviamo
alla conosciuta "The Barry Williams show",
bello il testo e il video, ma il pezzo, comunque
non disprezzabile, non "entra" e non coinvolge
neanche dopo vari ascolti, e quindi, per lo meno
come singolo, non funziona.
Le
successive "My Head Sound Like That" e
"More Than This" sono curatissime nell'arrangiamento,
ma alla fine rientrano in un cliché consolidato,
brani che non prendono forma e non decollano nel
loro dispiegarsi ora pacato ("My Head...")
ora sostenuto ("More Than This"), brani
complessi, molto tecnici, certo non brutti e gestiti
con grande mestiere, ma di scrittura un po
deludente e poco emozionale.
Ci
riprendiamo con "Signal To Noise", brano
splendido nel suo unire gli orientalismi di "Passion"
(affascinante il cantato di Nusrat Fateh Ali Khan)
con il sinfonismo più epico e teatrale, in
un finale in crescendo. "The Drop", con
poche note di piano che accompagnano la voce, chiude
il disco.
Up
è un disco notturno, a volte anche plumbeo,
riuscito nel tentativo di convogliare un esistenzialismo
introverso in una forma-canzone formalmente ineccepibile
ed estetizzante, ma anche un disco dove una produzione
eccellente a volte sopperisce, o tenta di farlo,
a qualche carenza compositiva e di ispirazione.
In tal senso un disco moderno e in linea con i tempi.
Alla fine, un deciso passo indietro rispetto al
precedente Us e forse il disco non "anomalo"
di Gabriel meno convincente dopo So.
Non vi pentirete dell'acquisto, però dieci
anni sono tanti...
Michele
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